Vorrei condividere con voi tre pensieri sulle nuove Climate Transition Bond Guidelines pubblicate dall’ICMA, con le quali è stata introdotta una nuova categoria di strumenti sostenibili: i Climate Transition Bonds (CTB), destinati a finanziare strategie e progetti di transizione climatica nei settori ad alte emissioni:
- Un passo verso l’inclusività della finanza sostenibile;
- Il rilievo giuridico e regolamentare delle linee guida;
- La sfida della credibilità e del rischio di “transition-washing”.
1. Un passo verso l’inclusività della finanza sostenibile, finora gli strumenti etichettati “green” hanno principalmente finanziato attività già allineate a modelli low-carbon, come energie rinnovabili, mobilità sostenibile ed edilizia efficiente. Le nuove linee guida riconoscono invece che la transizione climatica non può realizzarsi senza coinvolgere i settori ad alte emissioni, come energia, acciaio, cemento, aviazione e trasporti marittimi.
Con i Climate Transition Bonds, ICMA apre la possibilità di convogliare capitali verso progetti di trasformazione graduale, permettendo anche agli emittenti più impattanti di avviare percorsi di decarbonizzazione credibili, misurabili e coerenti con le traiettorie di lungo periodo.
2. Il rilievo giuridico e regolamentare: le linee guida come soft law, dal punto di vista giuridico, le CTB Guidelines costituiscono uno standard volontario di soft law, in grado di orientare la prassi di mercato e la valutazione di conformità da parte di investitori, agenzie di rating e autorità di vigilanza.
La struttura ricalca quella dei Green Bond Principles e si fonda su quattro pilastri essenziali:
- Uso dei proventi – destinazione chiara a progetti di transizione;
- Valutazione e selezione dei progetti – coerenza con la strategia di decarbonizzazione aziendale;
- Gestione dei proventi – tracciabilità e controllo sull’allocazione;
- Reporting – rendicontazione periodica sugli impatti e sui progressi.
Particolare rilievo assumono le misure di salvaguardia richieste: la necessità di una strategia di transizione climatica, l’analisi dell’assenza di alternative low-carbon, l’allineamento con tassonomie e percorsi di decarbonizzazione riconosciuti, e la disclosure dei rischi di carbon lock-in.
Si tratta di elementi che anticipano e completano l’evoluzione normativa europea, in particolare la EU Green Bond Regulation e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), rafforzando la responsabilità e la trasparenza degli emittenti.
3. La sfida della credibilità e del rischio di “transition-washing”
Il successo dei Climate Transition Bonds dipenderà dalla capacità di garantire impatti ambientali effettivi e verificabili, evitando che questi strumenti diventino un semplice veicolo reputazionale.
L’ICMA stima che saranno necessari 30.000 miliardi di dollari di capitale aggiuntivo per decarbonizzare otto settori che rappresentano circa il 40% delle emissioni globali entro il 2050. Per raggiungere tale obiettivo, sarà indispensabile assicurare robustezza metodologica, trasparenza e accountability nella selezione e rendicontazione dei progetti.
Le categorie ammissibili – come la cattura e stoccaggio del carbonio (CCS/CCU), la disattivazione anticipata di asset fossili o la riduzione del metano e del flaring – pongono inoltre questioni giuridiche complesse, che spaziano dalla contrattualistica alla responsabilità ambientale, fino alla rendicontazione ESG e al rischio reputazionale.
In sintesi, le Climate Transition Bond Guidelines rappresentano un passaggio cruciale nella maturazione della finanza sostenibile: da una logica esclusivamente “verde” a una logica di finanza di transizione, più inclusiva, pragmatica e orientata all’impatto reale.




