Uno studio recente esamina la relazione tra le valutazioni ambientali delle società emittenti e il costo del finanziamento sul mercato globale delle obbligazioni verdi, con particolare attenzione al ruolo della certificazione green dei singoli strumenti finanziari emessi. L'analisi, condotta su un campione internazionale di emittenti, si avvale dei punteggi ambientali assegnati da agenzie specializzate e consente di isolare il contributo autonomo della qualifica green del titolo rispetto al profilo complessivo dell'emittente.
I risultati empirici evidenziano due fenomeni distinti. In primo luogo, le imprese dotate di elevate credenziali ambientali accedono al mercato obbligazionario verde a condizioni più favorevoli rispetto agli altri emittenti, confermando che il mercato incorpora nei prezzi il profilo di sostenibilità dell'emittente. In secondo luogo — e questo è il dato di maggiore rilievo analitico — anche le imprese con punteggi ambientali inferiori ottengono condizioni di finanziamento più vantaggiose sulle obbligazioni verdi rispetto all'emissione di titoli ordinari. Ne deriva che il mercato attribuisce un premio autonomo alla certificazione green del singolo strumento, indipendentemente dalla reputazione ambientale complessiva dell'emittente.
Sotto il profilo regolatorio, questi risultati sollevano questioni che il legislatore europeo ha già iniziato ad affrontare, senza tuttavia risolverle pienamente. Il Regolamento (UE) 2023/2631 sulle obbligazioni verdi europee (European Green Bond Standard, EuGB) introduce requisiti sostanziali di trasparenza e allineamento tassonomico, nella prospettiva di ancorare la qualifica green a criteri oggettivi e verificabili. Tuttavia, l'esistenza di un premio di mercato per obbligazioni verdi emesse da soggetti con basse performance ambientali complessive suggerisce che il mercato non sia ancora in grado di discriminare efficacemente tra un impegno ambientale genuino e un utilizzo strumentale dell'etichetta verde. Il rischio di greenwashing — già presidio centrale della normativa europea in materia di finanza sostenibile, dalla SFDR al Regolamento Tassonomia — rimane dunque una questione aperta, che i meccanismi di mercato da soli non sembrano in grado di neutralizzare.
I risultati dello studio offrono pertanto un contributo empirico rilevante al dibattito sulla effettività degli strumenti regolatori in materia di finanza sostenibile, e suggeriscono che l'efficacia del quadro normativo europeo dipenderà in misura significativa dalla capacità delle autorità di vigilanza di garantire la qualità e la comparabilità delle valutazioni ambientali degli emittenti, rafforzando il ruolo delle agenzie di rating ESG come soggetti sottoposti a obblighi di trasparenza e responsabilità nell'ambito del Regolamento (UE) 2023/2859 (ESRS) e del più ampio sistema di corporate sustainability reporting.




